Carlo Scianatico
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Se sei sul divano e pensi di essere felice e starti riposando, ti stai drogando!

Siamo sicuri che se vedimao compiere un azione a una persona compiere un azione, il suo stato interiore sia corrispondente allo stato che noi associamo a quella categoria?

Se vediamo una persona sdraiata sul divano con il telefono pensiamo che si stia riposando. Se vediamo una persona davanti al computer da tre ore pensiamo che stia lavorando e quindi, probabilmente, si stia stressando. Ma siamo sicuri che funzioni davvero così? Ultimamente penso sempre di più che confondiamo il tipo di attività con il modo in cui quell’attività viene vissuta. Il divano diventa automaticamente riposo. Il computer diventa automaticamente lavoro. Lo scroll diventa pausa. Scrivere diventa fatica. Allenarsi diventa sacrificio. Ma forse stiamo classificando le cose nel modo sbagliato. Il problema del browser mentale Quando passo molto tempo saltando da un contenuto all’altro o tra diversi far niente ho una sensazione particolare. Non sono stanco come dopo quattro ore di lavoro. Sono stanco in un altro modo. È come se avessi aperto cinquanta pagine nel browser della testa senza chiuderne nessuna. Un video. Un messaggio. Una notizia. Una persona. Un’idea. Un’altra chiat. Un’altra richiesta a gemini Ognuna dura pochissimo e nessuna arriva davvero da qualche parte. Non c’è progressione. Non c’è chiusura. Non c’è neanche quella piccola soddisfazione che arriva quando qualcosa prima era incompleto e adesso è finito. Sembra riposo perché non stiamo facendo niente di difficile. Ma la testa continua a muoversi. È una macchina accesa in folle. Il motore gira sempre e comunque. A quel punto, penso spesso, tanto vale farla camminare. Lavorare senza sentire di lavorare Esiste anche la situazione opposta. Posso passare tre ore sulla stessa pagina, sullo stesso problema o sullo stesso progetto e non percepirlo realmente come lavoro. Mi succede con questo blog. Mi succede quando ragiono. Quando leggo qualcosa che mi interessa. Quando provo a smontare un oggetto. Quando penso a come riprogettarlo. Quando invento un problema solo per provare a risolverlo. Quando immagino una startup. Quando mi alleno. In alcuni casi non sono nemmeno particolarmente bravo in quello che sto facendo. E non esiste necessariamente un risultato esterno. Nessuno mi paga. Nessuno mi valuta. Nessuno mi mette un voto. Lo faccio perché mi piace farlo. Formalmente potrebbe essere lavoro. Psicologicamente assomiglia molto di più a un hobby. E allora la domanda diventa: se lavoro ma lo percepisco come un hobby, sto davvero lavorando nel significato negativo che normalmente diamo alla parola? Divertimento e benessere non sono la stessa cosa Questa distinzione mi interessa perché penso che confondiamo spesso il divertirsi con lo stare bene. Avevo trovato degli studi sul flow che mi avevano colpito proprio per questo. Le persone impegnate in attività più attive potevano non descriversi come particolarmente “divertite” nel momento, ma mostravano maggiore coinvolgimento e una sensazione migliore e di benessere. Le attività passive invece possono essere molto piacevoli immediatamente. Non chiedono niente. Ti anestetizzano come le droghe, benessere immediato e conseguenze negative a lungo termine. Ma essere assorbiti e stare bene non sono necessariamente la stessa cosa. È una distinzione che riconosco molto nella mia esperienza. Posso desiderare per ore di buttarmi sul divano e non fare niente. Poi finalmente lo faccio. E dopo un po’ mi sento peggio di prima. Al contrario, posso vivere settimane molto intense, in cui studio, scrivo, mi alleno, progetto cose e continuo a riempire le giornate. Magari sul momento mi lamento. Ma se guardo il periodo nel complesso, sono spesso molto più sereno. Non necessariamente più felice minuto per minuto. Più sereno. Per me è una differenza enorme. Dove va la testa Mi è rimasta impressa una frase letta in uno studio: “Una mente che vaga è una mente infelice.” Mi interessa soprattutto per una conseguenza. Forse conta meno quello che stiamo facendo rispetto a dove si trova la nostra testa mentre lo facciamo. Puoi essere sulla spiaggia e ruminare continuamente su qualcosa. Puoi essere davanti a Excel e completamente immerso nel problema. Quale dei due si sta riposando? Non è così ovvio. Durante la Francigena questa cosa l’ho sentita molto. Il corpo camminava. Ma la testa poteva andare ovunque. E quando la mente entra in certi loop, non importa quanto il paesaggio attorno sia bello. Continui a portarti dietro la stessa cosa. La rumini. La giri. La rigiri. È di nuovo il motore acceso in folle. Forse il vero riposo è chiudere i cicli Sto iniziando quindi a pensare al riposo in modo diverso. Non come assenza di proattività, di ‘attività produttive’ o lavoro. Ma come riduzione del rumore di fondo, anche perché se la banda del cervello è già tutta occupata da un attività non c’è spazio per ruminare. Una passeggiata può riposarmi più dello zapping. Allenarmi può riposarmi più di stare a letto. Leggere può riposarmi più di un video. Lavorare su un problema che mi assorbe completamente può lasciarmi mentalmente più pulito di un pomeriggio passato senza fare nulla. Perché in tutti questi casi la mente ha una direzione. Non apre continuamente nuove finestre. Ne tiene aperta una e ci rimane abbastanza a lungo. Forse una parte del benessere viene proprio dalla sensazione di avanzamento. Prima ero qui. Adesso sono un po’ più avanti. Il lavoro è anche una categoria mentale Questo cambia anche il modo in cui penso al lavoro. Se penso continuamente: “Adesso devo lavorare” “Devo sacrificarmi” “Questa cosa è pesante” probabilmente quella narrativa entra nell’esperienza. Ma molte delle attività che vorrei fare nella vita sono attività che farei comunque. Scrivere. Ragionare. Creare. Risolvere problemi. Parlare con persone interessanti. Immaginare qualcosa che prima non esisteva. Certo, quando diventano un lavoro arrivano anche deadline, responsabilità, parti noiose e persone con cui magari non vorresti avere a che fare. Non voglio romanticizzarlo. Ma esiste una differenza enorme tra lavorare su qualcosa che senti come un’imposizione e lavorare tantissimo su qualcosa che continueresti in parte a fare anche gratis. Dall’esterno le ore possono sembrare identiche. Dall’interno sono completamente diverse. Voglio una vita piena, non necessariamente una vita vuota Penso di aver inseguito qualche volta un’idea sbagliata di riposo. Fare meno. Avere giornate vuote. Non avere niente da fare. Quando poi quelle giornate arrivano, spesso non mi fanno stare particolarmente bene. Mi annoio. La mente comincia a vagare. Cerco stimoli. Apro cose. Ne apro altre. E a fine giornata sono stanco senza aver fatto niente e spesso più che se mi fossi concentrato su qualcosa nello specifico. Il paradosso è che nei periodi pieni posso essere fisicamente più stanco ma mentalmente più stabile. Non significa riempire ogni secondo. Anzi. Voglio pause vere. Camminare. Stare in silenzio. Parlare con qualcuno. Lasciare la mente libera. Ma non voglio più confondere automaticamente l’inattività con il recupero. E soprattutto non voglio giudicare una giornata da quanto lavoro relativo al luogo o all’idea sociale di cosa significa riposarsi. Forse dovrei giudicarla da un’altra cosa: come mi sento dopo averla vissuta? Se passo sei ore facendo qualcosa che dall’esterno sembra lavoro ma alla fine mi sento più lucido, più calmo e più vivo, forse quella cosa mi ha dato energia. Se passo sei ore sul divano e alla fine mi sento frammentato, nervoso e stanco, chiamarla “riposo” non cambia quello che è successo. Le categorie servono a descrivere la realtà. Non dovrebbe essere la realtà a doversi adeguare alle categorie.